(Un colpo di vento apre il sipario. In un giardino superficialmente splendido, adorno di gerani e cespugli di mirto, disseminato di pot-pourri à la japonais (misteriosi accrocchi di pietre levigate), una donna dai vestiti pretenziosi dondola la testa seduta su una poltroncina bianca. Lambisce con le dita le foglie di un albero e scandisce versi poetici.)

DONNA: “Jezebel, Betsabea/ In un turbine nuovo/ Riscopro farfalle/ Il flusso si interrompe al vertice dei sogni/ Il sangue/ Il sangue/ Il sangue mi manca/ La testa se ne va libera/ Guscio di noce/ Verso l’oblio”.

(Dietro di lei, a passi misurati, si avvicina un uomo. Le appoggia una mano sulla spalla. La donna si volta. Il suo viso è rigato di lacrime e follia. Ma è anche normale, visto che somiglia molto a Margherita Buy. L’uomo ha uno sguardo di stanco rimprovero.)

DONNA: Oh, sei tu, Ernesto. Hai visto? Le farfalle intirizziscono alla luce della penombra, i conigli vivacchiano la loro musica, ogni libro dei sensi è taciturno. Hai sentito i versi che ho cantato? Ti piacciono?
UOMO: Beatrice, quante poesie hai scritto nell’ultima settimana?
BEATRICE (con voce tremante): Trecentoventiquattro. Hai visto quanta vegetazione che rigoglia e quanti animali che animalano?
ERNESTO: Hai di nuovo finito il serenase? Le piante sono di plastica, siamo a Milanello Sud, questa roba è tutta dell’Ikea e l’unico animale che c’è è quel ratto che non riesco ad ammazzare da due mesi. Per quanto riguarda la poesia, pensi di riuscire a scriverne anche solo una che non sia sulla menopausa?
BEATRICE (Scoppia a piangere)
ERNESTO: No, cazzo, di nuovo.
BEATRICE (Singhiozza, si strappa delle ciocche di capelli, fa il gesto ti tagliarsi le vene con la carta)
ERNESTO: Dai, su, Beatri’. C’è riunione, dentro ci sono i ragazzi che aspettano.
BEATRICE (piangendo): “Mostri/ Artisti della fame e del sonno/ Sensi di piombo/ Voglie immobili sulla soglia della vita/ Sangue rappreso/ Sull’uscio infinito/ Del mondo”.
ERNESTO: Sì. Ovviamente.

(Ernesto prende Beatrice per un braccio e la conduce dentro una casa di cartone, con mobili di cartone e suppellettili di cartone. A un tavolo siedono altri quattro uomini in giacca e pantaloni di velluto. Ernesto e Beatrice si siedono. Beatrice si pilucca convulsamente le ginocchia e si scompiglia i capelli.)

ERNESTO: “Abbiamo” finito il serenase.
ROLANDO: Ma puttana ladra la gran mignotta de li mortacci vostra.
CAVALCANTE: Il budello di tu ma’ cravatta pe’ i pagliacci, Beatrice. Diolàdro.
ETTORE: Cazzo. Di nuovo.
FEDERICO: La minchia arrusa di tuo patre, ‘mbare.
BEATRICE (piange di nuovo, mima un bloody mary e un’impiccagione)
ERNESTO: Non sta bene.
ROLANDO: Dici?
ERNESTO: Va bene, cominciamo comunque la riunione. Allora. Questo circolo poetico è gloria e vanto dell’avanguardia italiana. In questi giorni di ritiro creativo abbiamo composto un sacco, ma dobbiamo fare il punto della situazione in maniera lucida. Sulla prosa, in primo luogo. Per le poesie siamo a posto, Cavalcante ci fa da testa di ponte. Il cugino acquisito dell’anoressica che si sbatte è il pusher di Cialis di uno dei giudici di “Molise in versi”, quindi il premio dovrebbe essere suo. Per il premio “Accrocchi lessicali” di Mezzana Rabattone (PV), Ettore ha un compendio di centosessanta pagine di suoni gutturali e zeugmi che dovrebbe far colpo sul giudice, che poi è stato per un periodo il benzinaio di Carofiglio. Federico ha scritto quella cosa in dialetto catanese sul cane omosessuale che dovrebbe piacere molto alla Girgenti Poetry Commission, anche perché le altre che sono arrivate sono in italiano e non le hanno capite. Ma i romanzi? Non abbiamo romanzi. Ci vogliamo far fottere dai quei mollaccioni del New Italian Epic?
ROLANDO: Ce sto a lavorà. C’ho ‘n’inizio che è na bomba. Un fratello e ‘na sorella che tipo se sfragneno mentre stanno a fa’ snowboard, poi er fratello tipo che rimane drent’all’ospedale pe’ tre mesi e lei se mette ‘nzieme a uno che però è daa lazio, allora poi ‘e cose non funzioneno e sàrta fòri n’omicidio-suicidio e se scopre che quii due n’ereno mica fratelli ma tipo fratellastri e che er patrigno da piccoli je faceva girà i pedoporni e allora questi tipo che alla fine incestano, je nasce ‘n fijo dàun e apreno ‘na scòla de snowboard però aa prima lezzione fanno ‘n doppio àlf pàip e se scranieno, moreno e se scopre che nun erano bòni manco a quello. Traggedia a livello de minimale, ahò.
ERNESTO: …
ROLANDO: Se chiama l’inettitudine der minimo comune multiplo.
ERNESTO: …
ROLANDO: Spacca, ahò. Se tenemo ner filo de Carve e de quell’artro scemo.
ERNESTO: …Ok. Ettore?
ETTORE: Ho una cosa per le mani. Affascinantissima. Mi sono fatto una domanda: cosa succederebbe se Andreotti fosse ancora vivo? Da lì, tutto un thriller fantapolitico in cui una parte dello Stato lavora insieme all’altra parte dello Stato per fottere una terza parte dello Stato la quale vuole a sua volta fottere le altre due. Poi dopo vent’anni tutte le parti si accordano blandamente tra di loro per coesistere nell’ambito di un vasto programma di stipendi più che plausibili e la gente meschina e ignorante lo prende in culo e gli piace pure.
ERNESTO: …Andreotti è vivo.
ETTORE: …Maddài.
ERNESTO: Eh.
ETTORE: …No, allora niente. Tanto pareva finto.
ERNESTO: Federico?
FEDERICO: Minchia ‘mbare, ci ho due metri di romanzo, un romanzo minchia troppo fantacòso. Un poliziotto di Ragusa che viene mandato in America a investigare su Lucky Luciano negli anni ’40 e poi talìa a Mike Bongiorno in strada lo uccide si sostituisce a lui fa il partigiano e fonda la televisione italiana ma poi si scopre che Lucky Luciano era lui e che Mediaset è la ‘Ndrangheta sono la stessa persòna.
ERNESTO: Siamo a cavallo.
FEDERICO: ‘Mbare, non ti piace?
ERNESTO: Molto bello. L’invida di Vonnegut se fosse ancora vivo.
ETTORE: Vonnegut è morto?
ERNESTO: Ettore…
ETTORE: Scusa.
ERNESTO: Non siamo al Campiello, non siamo al Bancarella, non siamo al Salone di Torino, non siamo allo Strega, non siamo tra i cinquanta libri di Baricco di Repubblica. Cristo.
ETTORE: Ma la forza della femminilità? Abbiamo Beatrice. Facciamo leva sui punti forti della letteratura femminile in ascesa.
ERNESTO: Giusto. Beatrice, andresti a sbatterti Baricco e un paio di direttori editoriali?

(Gli uomini si voltano verso Beatrice, ignorata e invisibile agli scrittori durante tutta la riunione, che giace riversa con la testa sul tavolo.)

ERNESTO: Un aneurisma. Sicuro. L’ho visto su House.
ROLANDO: ‘A terza serie, ‘a mejo serie der monno, ahò. Vabbe’, è ‘a vita, che je dovemo fa’.
ETTORE: Poveretta. È ancora calda.
FEDERICO: ‘Mbare, che spreco. Due minne niente male.
CAVALCANTE: Deh, ma se glielo incicciamo nel budello?
ERNESTO: Ok, pausa riunione.

(I cinque artisti si spogliano pigramente e dispongono il corpo di Beatrice sul tavolo. Anche in menopausa, contratta dalla morte, sembra una pietà nevrotica, una isterica madonna china. Rolando è il primo.)

ROLANDO: Ammazzaò, ‘a Merini era più stretta. Me pare de infilallo naa difesa daa lazzio.
ETTORE: Ahahaha.
FEDERICO: Ahah. Muoviti che ho la minchia in granito.
ERNESTO: Un po’ di contegno, su. Era una poetessa.
CAVALCANTE: Cinque poeti bischeri imbudellano una poetina. Dici ci sta il tanto del romanzo?
ERNESTO: Al massimo è commedia all’italiana.
CAVALCANTE: “Dolce ambrosia/ Felice uccello/ Ti scaccio l’oblio/ Da dentro ir budello”.

(I cinque scoppiano in una risata fragorosa, che continua a lungo, anche dopo che il sipario si è chiuso.)