Stamattina mi ha buttato giù dal letto il campanello.

Mi sono trascinato fino alla porta pensando che si trattasse dei Testimoni di Geova, passati dal part-time domenicale al full-time quotidiano, e invece no. Era il mio padrone di casa. Accanto a lui c’era un ragazzo ben vestito, coi capelli con la riga da un lato, giacca, cravatta, completo elegante, sostanzialmente la seconda rottura di coglioni possibile: il rappresentante di Enel Energia. E invece no, non si trattava nemmeno di quello.

– Ciao caro, ti disturbo?
– No, Signor Padrone di Casa, sono sempre sveglio alle sei del mattino, si figuri.
– Lo sai che puoi chiamarmi Mario.
– Certo che lo so, Signor Padrone di Casa, ma anche lei non serve che mi chiami “caro”. A che devo la visita? Successo qualcosa? Lui chi è?

Il ragazzo vestito elegante ha con sé due trolley piuttosto voluminosi e un sorrisetto sardonico stampato in faccia che, per un attimo, ho pensato fosse un’inquietante paresi.

– Lui è Davide, da oggi viene a vivere con te.
– Come viene a vivere con me? Sono 45 metri quadri d’appartamento, un appartamento per uno, dove lo mettiamo?
– Lo mettiamo dentro questi 45 metri quadri, caro.
– Ma come?
– Senti, glielo devo. Lo conosco da tantissimo tempo e in passato gli ho fatto dei torti. Devo risarcirlo.
– Che torti?
– Niente di che: schiavitù, genocidio, robe del genere. Non è importante.
– Oddio, genocidio mi sembra abbastanza importante.
– Meno importante che tu adesso gli faccia spazio, poche storie, dai.
– E quindi adesso smezziamo l’affitto?
– No, la tua quota resta uguale, con lui me la vedo io.
– Ah. Ma viene in casa adesso?
– Adesso, adesso. C’è qualche problema? L’appartamento è il mio, decido io. Avanti, su.

Così Davide si fa strada nell’appartamento senza nemmeno salutare. Il Signor Padrone di Casa, invece, fa un saluto appena accennato, si chiude la porta alle spalle e se ne va. Provo a fare conoscenza, ma Davide non reagisce. D’un tratto, però, il suo sorriso si spegne e si trasforma in una smorfia di rabbia, rancore e risentimento. Io lo guardo perplesso, lui inizia a gridare.

– QUESTO APPARTAMENTO ADESSO È MIO!
– No, ok, aspetta, un momento, calmino, sono le sei del mattino, io ancora…
– SENTI, VATTENAFFANCULO. LEVATI DAI COGLIONI.

Davide trascina dietro di sé i suoi trolley sbattendoli contro i mobili e le pareti, poi si fionda dentro la camera da letto e ne deposita uno; l’altro lo porta in cucina e lo piazza sul tavolo, mi prende per un orecchio e mi trascina di forza fino allo sgabuzzino.

– VEDI QUESTO? ORA TU DORMI QUI.
– Ma sei scemo? Questa è casa mia, ci vivo da anni, pago regolarmente l’affitto, dentro c’è la mia roba, ho le bollette intestate, faccio la manutenzione, cos’è ‘sta storia?

Davide non mi ascolta, mi spinge dentro lo sgabuzzino e mi ci chiude dentro. “E NON PROVARE A USCIRE!”. Io batto i pugni contro la porta, ma nessuna risposta: sono in trappola. Mi siedo in un angolo e aspetto. Il cellulare è in camera da letto, io ho addosso solo una t-shirt e un paio di boxer e dentro allo sgabuzzino c’è solo la provvista di tonno in scatola che avevo fatto al discount pochi giorni prima. Se appoggio l’orecchio alla porta lo sento muoversi, spostare mobili e canticchiare un motivetto strano.

Quando sento che dall’appartamento non proviene più alcun rumore, prendo una scatoletta di tonno, la apro, e con la linguetta riesco a fabbricare un accrocchio per forzare la porta dello sgabuzzino, esattamente come ho imparato da McGyver. Non è facile, ma dopo qualche tentativo sento la serratura scattare e riesco finalmente a uscire.

Di fronte a me c’è un cane che, non appena mi vede, inizia a ringhiarmi contro.

– DAVIDE, È TUA QUESTA BESTIA?
– Chi ti ha fatto uscire?
– Sono uscito da solo, ma come ti è venuto in mente di…

Davide inizia a lanciarmi contro ogni oggetto che trova a portata di mano, ma io riesco a schivarli tutti e a nascondermi. Dura poco, il cane riesce a trovarmi quasi subito, e io sono costretto a scappare tra gli spazi angusti dell’appartamento, cercando di ostacolarlo come posso. Butto a terra le sedie, gli armadietti, la libreria Ikea che ci avevo messo tre giorni a montarla, e alla fine mi ritrovo in cucina. Afferro una padella e la lancio contro la bestia che, ferita, scappa via, guaendo “Ciro, Ciro, Ciro”. Davide mi è improvvisamente di fronte, vestito da Rambo, con fucile mitragliatore, cinturone di proiettili, tenuta mimetica, bandana e ditate di grasso sulle gote.

– Ma come cazzo ti sei conciato?
– HO DETTO CHE QUESTA È CASA MIA!

Davide inizia a spararmi contro. Io faccio soltanto in tempo ad afferrare la custodia del mio set di coltelli Miracle Blade (che avevo comprato a 39.90€ solo per levarmi lo sfizio di affettare lattine e marmitte) e a nascondermi dietro al frigorifero. Da lì vedo il resto della cucina in frantumi: i piatti, le mensole, lo schermino 14 pollici che devo ancora finire di pagare. Mi incazzo parecchio, ma almeno sono ancora vivo. In tutto questo sento distintamente la voce del vicino di casa che, dall’altro lato della parete, urla: “E ANDIAMO! FATE PACE!”. Cerco di prendere in mano la situazione.

– Davide. Metti giù quel mitragliatore e parliamo.
– Non abbiamo niente da dirci.
– Sì che abbiamo qualcosa da dirci. Sei arrivato poche ore fa, hai distrutto casa, stai cercando di uccidermi, scusa se provo a fare un po’ di dialogo.
– Questa casa è mia, non ce l’ho mai avuta una casa.
– E perché non te ne trovi un’altra dove puoi stare da solo?
– Voglio questa perché questa me l’hanno promessa e non mi importa se prima ci stavi tu. Sloggia. Oppure stai nello sgabuzzino.

Sento il cane che torna in cucina, lo sento uggiolare fortissimo, così mi sporgo per guardare cosa succede e mi accorgo che Davide è distratto. Prendo la mira e gli lancio addosso un coltello. Lo colpisco a una coscia, lui ricomincia a sparare all’impazzata, tanto che un proiettile raggiunge a un braccio anche me, mentre il vicino di casa, sempre dall’altro lato della parete, continua a gridare: “E DAI! FATE PACE, CHE VI COSTA?”.

A questo punto capisco che la situazione è irrecuperabile, così mi faccio coraggio e decido di tentare un attacco ai limiti del kamikaze. Se devo morire voglio morire con onore. Aspetto che gli spari cessino e poi mi lancio contro l’invasore.

Davide ricomincia a sparare e mi crivella di colpi, io però gli sono addosso e riesco ad accoltellarlo più volte. Il tutto dura meno di 30 secondi, alla fine dei quali siamo entrambi stesi a terra, in un’enorme pozza di sangue, morti.

A questo punto penserete: “Ma questa è una storia assurda!”.
E in effetti lo è.
Ma mai quanto la vicenda reale.

“I fatti non sono andati così”, dirà qualcuno, oppure: “Voglio sentire entrambe le versioni”, dirà qualcun altro. E subito dopo ci sarà una parte di voi che darà ragione a me, un’altra che darà ragione a Davide, e l’unico che resterà neutrale sarà il vicino, che sempre comodo e tranquillo a casa sua continuerà a strillare: “MA CHE CI VUOLE A FARE PACE?”.

E io vorrei davvero discutere con voi questa faccenda e affrontarla sotto ogni aspetto, sentire tutti i punti di vista, capire le ragioni di ognuno, distinguere quali sono le bugie e le verità, ma non credo di esserne in grado.

In fondo, poche righe più su, sono morto.

[artwork by aMusoDuro]