Nella sala degli interrogatori l’aria è pesante come una puntata di Report in cui Milena Gabanelli resta vestita fino alla fine.

Il sospettato cerca di impietosirlo con uno sguardo dal basso verso l’alto, spalancando le palpebre e stringendo le labbra, ma col commissario non attacca. La sua maieutica è leggendaria, per questo lo chiamano Socrate. Poi quando i sospettati cominciano a perdere sangue dalle orecchie lo chiamano Lucia Annunziata.

“Smettila di dire cazzate, nel tuo tablet abbiamo trovato queste” e sbatte sull’alluminio del tavolo una sfilza di foto oscene.

Gattini.

Pochi mesi, alcuni persino pochi giorni, in pose che, se non si trattasse del più squallido materiale pedopornografico mai visto dai tempi di Bambi, si potrebbero definire buffe, alcune sono persino decorate con delle grafiche amatoriali e delle frasi inequivocabili come “Vuoi giocare con me?” oppure “Ho bisogno di coccole!”.

Messo al muro,  il suo uomo cede: agguanta il mucchio di stampe e ci ficca dentro voluttuosamente la faccia, sniffando il toner a pieni polmoni. Subito dopo, con quel fiato ebbro, emette uno squittio idiota pseudoinfantile, irritante già al primo decibel, accompagnato da una smorfia che solo il chirurgo plastico di una Lilli Gruber marinata al limone potrebbe ricreare. “Ma non vede anche lei che sono così cariiiniiiiii?!?!!1!”. Più di quanto Socrate sperava di ottenere da una confessione razionale.

Per quella ci sarà tempo, magari dopo che al sospettato sarà passata la pucciosa erezione che si trova dentro le mutande.

Gli agenti entrano per portarlo via che ancora stringe una foto. Socrate fulmineo gliela strappa di mano, schifato, poi la rimette sul tavolo con stizza, mentre nel corridoio si allontanano i lamenti. Aveva trovato quel tizio facendo una retata ad un lounge bar durante un aperitivo mangereccio in cui servivano pasta d’acciughe su lardo di Colonnata.

Sa di aver preso uno dei pesci piccoli dell’acquario. Un piccolo uccellino da una piccola gabbia. La lucertola che stava inseguendo in realtà gli è sfuggita e l’ha lasciato con quella spastica coda fra le unghie. Colpa della fretta, pensava, ma è pur sempre un passo avanti verso la risoluzione del caso.

Nella testa del commissario si accavallano indizi e sospetti, confondendolo come se si trattasse delle gambe di una Serena Dandini senza mutandine. Ha bisogno di schiarirsi e raccogliere le idee. Allora si siede sul tavolo, si china sull’inguine e comincia a leccarsi i genitali.

Il Commissario Socrate pensa meglio mentre si fa la toeletta.

Umani del cazzo.